«Non solo Gaza è diventata una zona di sterminio, ma le nostre impronte digitali sono ovunque» — Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU, A/79/384 (2024)

  1. Un mandato sotto attacco

L’11 luglio 2025, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni personali a Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati. La misura, annunciata dal Segretario di Stato Marco Rubio, è una risposta diretta al contenuto del rapporto pubblicato da Albanese in cui si analizza il ruolo di Stati, aziende e attori privati nell’alimentare quella che viene definita “l’economia del genocidio” a Gaza.

Il provvedimento statunitense solleva gravi preoccupazioni sul piano del diritto internazionale: colpire un esperto indipendente delle Nazioni Unite per l’esercizio del proprio mandato — affidatogli dal Consiglio dei Diritti Umani (HRC/RES/1993/2A, rinnovato con HRC/RES/52/27) — rappresenta una forma di intimidazione istituzionale in violazione dei principi sanciti dalla Carta ONU e dalle risoluzioni 5/1 e 5/2 del Consiglio.

  1. Il contenuto giuridico del rapporto

Nel suo rapporto al 79° periodo di sessioni dell’Assemblea Generale (A/79/271), Albanese afferma che le operazioni israeliane a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi mostrano “elementi costitutivi del crimine di genocidio”, secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948). A sostegno, il rapporto cita prove documentate di:

Atti sistematici di distruzione contro la popolazione civile;

Intenzionalità genocidaria desumibile da dichiarazioni pubbliche e dalla natura delle operazioni militari;

Complicità strutturale da parte di attori statali e privati che forniscono mezzi, tecnologia, logistica e legittimazione.

In questa cornice giuridica, Albanese introduce un concetto chiave: l’economia del genocidio, intesa come il complesso sistema finanziario, logistico e tecnologico che consente l’esecuzione e il mantenimento di crimini di massa.

  1. Complicità delle aziende: una responsabilità emergente

Il rapporto elenca aziende multinazionali che, secondo Albanese, traggono profitto da pratiche e prodotti direttamente utilizzati nell’esecuzione delle operazioni militari a Gaza o nel consolidamento dell’economia dell’occupazione in Cisgiordania. Tra i soggetti menzionati figurano:

Amazon e Alphabet, per la fornitura di infrastrutture cloud all’apparato militare israeliano;

Palantir, per la fornitura di tecnologie di sorveglianza predittiva e raccolta dati;

Elbit Systems, HP, Caterpillar e altri già noti in letteratura per il loro coinvolgimento in progetti d’occupazione.

Secondo i Principi Guida ONU su Imprese e Diritti Umani (UNGPs) e la giurisprudenza in materia di complicity in atrocity crimes, le aziende che facilitano atti illegali gravi, pur non essendone esecutrici dirette, possono incorrere in responsabilità civile e penale, secondo l’articolo 25 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale.

  1. Mafie, occupazione e diritto internazionale

Un passaggio particolarmente forte del rapporto parla di “mafie” internazionali dell’economia di guerra. Il riferimento è a un sistema di interessi transnazionali in cui la distinzione tra attori pubblici e privati si dissolve, e dove l’industria della guerra diventa un business sistemico, protetto dal silenzio geopolitico.

L’economia dell’occupazione — concetto già discusso in ambito ONU e accademico — diventa, in questo scenario, il pilastro di una forma moderna di colonizzazione economica sostenuta da strumenti digitali, finanziari e politici. Secondo Albanese, chiunque investa o tragga profitto da queste dinamiche, “ha le mani sporche”.

  1. Sanzioni come strumento di repressione del diritto

La risposta degli Stati Uniti non è stata un confronto nel merito giuridico. Al contrario: l’imposizione di sanzioni a una relatrice ONU — figura indipendente, nominata proprio per garantire l’imparzialità dell’analisi — costituisce un attacco diretto alla libertà d’espressione istituzionale e alla funzione stessa degli organi internazionali di monitoraggio.

È importante ricordare che la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani (1998) riconosce il diritto di ogni individuo a denunciare violazioni senza subire intimidazioni o ritorsioni.

In questo senso, il caso Francesca Albanese rappresenta un banco di prova per l’intero sistema di diritto internazionale. Se chi denuncia un genocidio può essere perseguito e isolato, la credibilità delle istituzioni internazionali è a rischio.
Francesca Albanese ha adempiuto al proprio mandato con rigore giuridico e coraggio morale. Le sue denunce si inseriscono in una cornice legale ben definita, fondata sullo Statuto di Roma, sul diritto consuetudinario e sulle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Punirla per aver svolto il suo dovere significa non solo tradire i principi del diritto internazionale, ma anche normalizzare l’impunità.

Il diritto non può piegarsi alla geopolitica.

E chi lo difende, oggi più che mai, ha bisogno di sostegno.

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