Mediterranea nasce nell’estate del 2018 dall’indignazione per le migliaia di morti nel Mediterraneo e per la politica dei porti chiusi. Dall’unione di persone e realtà della società civile prende forma una piattaforma che in breve tempo avvia la prima e tuttora unica nave di soccorso civile con bandiera italiana, la Mare Jonio, salpata nell’ottobre 2018 per missioni di monitoraggio e salvataggio. Negli anni successivi la flotta si amplia con la barca a vela Safira (2024) e Mediterranea Ship (2025).
Nel tempo Mediterranea cresce e si struttura come Associazione di Promozione Sociale, composta da equipaggi di mare e di terra e da migliaia di persone attive in oltre 40 territori in Italia, Europa e Stati Uniti. In risposta all’aggravarsi delle tensioni internazionali e delle politiche migratorie, l’organizzazione estende il proprio impegno anche a missioni di terra, operando lungo le frontiere italiane, nei Territori occupati della Cisgiordania e nello scenario della guerra in Ucraina.
Nella newsletter NAVTEXT di MEDITERRANEA Saving Humans questo mese, anziché proporre un articolo di approfondimento, vogliono iniziare l’anno con una lista. Non di buone intenzioni, ma di impegni radicali.
I 10 Buoni Propositi
10 buoni propositi per un 2026 senza guerre né confini, senza violenze né occupazioni, senza silenzi né complicità.
Perché Mediterranea è una nave, ma anche un ponte.
Una presenza in mare, ma anche in terre occupate.
Un grido di denuncia politica, ma anche un gesto di cura.
1. Abolire l’indifferenza.
Nel 2026 non possiamo più dire “non sapevamo”.
Il Mediterraneo è pieno di grida d’aiuto, i villaggi palestinesi pieni di silenzi forzati, l’Ucraina piena di voci stanche.
Il primo dovere è ascoltare. Davvero.
2. Salvare vite come atto di disobbedienza civile.
Le politiche che impediscono il soccorso – in mare o a terra – non vanno rispettate, vanno disobbedite, in nome dei diritti fondamentali delle persone, del diritto internazionale, della nostra Costituzione e delle leggi dell’umanità.
Ogni missione è un esperimento pratico di giustizia.
3. Riscrivere il lessico.
Chi attraversa una frontiera non è “clandestino”, è in cammino.
Chi si batte per i diritti non è “criminale”, è difensore della vita.
Chi cura lə altrə non è “neutralə”, è schieratə dalla parte giusta.
Le parole possono produrre odio o disarmarlo. Usiamole con consapevolezza.
4. Navigare insieme, anche a terra.
Ogni frontiera – tra Stati, tra corpi, tra privilegi – è un luogo di lotta.
Essere in mare, in Cisgiordania o a Leopoli significa stare dove serve, senza confini né deleghe.
5. Raccogliere le storie, non solo i corpi.
Dietro ogni persona, c’è una memoria, un nome, una lotta.
Raccogliere denunce dalle prigioni libiche, nei campi profughi, nei checkpoint, nelle città bombardate è parte del nostro compito.
Non documentiamo solo dolore, sofferenze e morte, prodotte ogni giorno dalle violazioni dei diritti delle persone: raccogliamo anche preziose testimonianze di dignità e resistenza.
6. Sostenere chi cura, chi ripara, chi resta.
Dallə medicə a bordo alle comunità sotto assedio, dallə operatorə di prima accoglienza a chi distribuisce acqua: la solidarietà non si fa mai da solə e dall’esterno. Si costruisce in ponti, in reti, in alleanze sempre più vaste.
7. Capire chi siamo e che cosa vogliamo essere.
Difendere i diritti di chi è in movimento o vittima di guerre e di aggressioni è inseparabile dal combattere ogni giorno colonialismo, apartheid, razzismo e patriarcato.
Il Mediterraneo, la Cisgiordania, l’Ucraina sono frontiere, ma anche specchi di chi siamo e che cosa vogliamo essere.
8. Scegliere la parte giusta. Sempre.
Non esiste neutralità quando c’è una popolazione bombardata, occupata, respinta.
Chi salva, chi denuncia, chi accompagna non è neutrale: è schierato con la vita.
9. Essere lì dove bisogna essere.
Nei tribunali, nei villaggi palestinesi, nei porti chiusi, nei campi profughi di Leopoli.
Essere testimoni è già una forma di resistenza. Non voltarsi mai dall’altra parte.
10. Non perdere la rotta.
Ogni giorno, riprendere la navigazione.
Ogni giorno, scegliere di esserci.
Ogni giorno, prepararsi a gridare, insieme:
“Prima si salva, poi si discute”.
Link al sito di Mediterranea per approfondire e seguire l’attività