In questi giorni, un gruppo di avvocati italiani ha rivolto un appello forte e chiaro alle istituzioni del nostro Paese. Al centro della questione c’è la Global Sumud Flotilla, una missione internazionale di pace e solidarietà che cerca di raggiungere via mare la popolazione di Gaza, portando aiuti umanitari e tentando di rompere il blocco navale imposto da Israele.

Il blocco, come noto, è stato più volte denunciato da numerose organizzazioni internazionali come una misura che contribuisce a sofferenze estreme per la popolazione civile palestinese. Negare l’accesso ad aiuti vitali, impedire la libera navigazione in acque internazionali, sottoporre civili a condizioni di vita insostenibili: tutto questo, secondo il diritto internazionale, non è solo illegittimo, ma può configurarsi come parte di un crimine contro l’umanità, e in particolare come un atto di genocidio, quando le condizioni imposte mirano a distruggere, anche solo in parte, un gruppo etnico o nazionale.

La preoccupazione degli avvocati italiani si concentra anche sulla posizione del nostro Governo. In particolare, su alcune dichiarazioni del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale avrebbe affermato che l’Italia non può fare molto di più che “raccomandare” la tutela dei propri cittadini, e che non sarebbe possibile, per esempio, inviare la Marina militare per scortare le navi della Flotilla, in quanto ciò significherebbe violare il blocco israeliano.

A detta dei firmatari della diffida, questa posizione è grave. Non solo perché accetta tacitamente la legittimità del blocco, ma anche perché rinuncia a proteggere cittadini italiani impegnati in una missione umanitaria. Il diritto internazionale del mare, infatti, garantisce la libera navigazione in alto mare, e vieta a qualsiasi Stato di esercitare la propria sovranità fuori dai limiti delle sue acque territoriali. Le precedenti operazioni israeliane, che hanno incluso sequestri, arresti e in alcuni casi l’uso della forza armata contro navi in acque internazionali, sono quindi da considerarsi violazioni del diritto internazionale.

Secondo i giuristi, la mancata protezione diplomatica e materiale – ovvero l’assenza di navi militari italiane a tutela dei propri cittadini – può configurarsi come una forma di complicità, almeno morale, nei crimini commessi. La legge italiana, così come le convenzioni internazionali che abbiamo sottoscritto e ratificato, obbliga lo Stato non solo a non partecipare ad atti di genocidio, ma anche ad impedirli attivamente. Non basta, quindi, lavarsi le mani o invocare l’impossibilità di agire. Quando cittadini italiani sono esposti a minacce concrete e credibili in acque internazionali, lo Stato ha il dovere di proteggerli, come ha già fatto in altri casi, ad esempio nel Golfo di Guinea, dove la Marina ha scortato navi civili contro il rischio di pirateria.

Il silenzio delle istituzioni dopo la prima diffida degli avvocati, inviata a inizio settembre, ha aggravato la percezione di un disinteresse istituzionale che, oggi, assume contorni inquietanti. Le parole del Ministro, se confermate, sembrano riconoscere la piena legittimità delle azioni israeliane, anche nel caso in cui vengano trattati come “terroristi” coloro che cercano semplicemente di portare aiuti umanitari a Gaza.

Gli avvocati hanno quindi rinnovato la loro diffida: chiedono che il Governo italiano assuma una posizione chiara, che si dissoci dalle politiche israeliane e che garantisca la protezione dei cittadini italiani impegnati nella Flotilla. In caso contrario, annunciano che si rivolgeranno alle autorità giudiziarie nazionali e internazionali, per accertare le eventuali responsabilità penali legate alla mancata prevenzione di crimini gravi come il genocidio.

Nel silenzio assordante della diplomazia, le parole dei giuristi risuonano come un monito: non si può restare neutrali di fronte all’ingiustizia. Il diritto internazionale non è un’opinione, ma un dovere. E tutelare chi agisce per la pace non è un favore, ma una responsabilità che uno Stato di diritto non può permettersi di eludere.

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