L’amministrazione Trump ha imposto una sospensione quasi totale del rilascio dei visti non-immigranti per i titolari di passaporto palestinese. Lo rivela un cablogramma del Dipartimento di Stato datato 18 agosto, ottenuto e riportato dal New York Times. La direttiva, inviata a tutte le ambasciate e i consolati statunitensi, colpisce un’ampia fascia di palestinesi, sia residenti nei Territori Occupati che appartenenti alla diaspora.
La misura, definita “temporanea”, blocca l’accesso agli Stati Uniti anche per motivi non politici: cure mediche, studi universitari, visite a parenti, viaggi d’affari. Non si tratta di restrizioni per ragioni di sicurezza, come già avvenuto in passato con singoli profili segnalati. Qui siamo davanti a un blocco generalizzato, senza distinzione tra individui. E questo ha un nome preciso: punizione collettiva.
Nella pratica, significa che uno studente palestinese ammesso a un’università americana non potrà prendere parte al corso. Una donna in attesa di un trattamento oncologico in un ospedale statunitense non potrà partire. Un padre che desiderava assistere alla laurea della figlia a Chicago, resterà fermo a Ramallah. E questo non perché abbiano fatto qualcosa, ma perché portano un passaporto sgradito.
Chiariamo: i visti non-immigranti non sono visti per stabilirsi negli USA. Sono ingressi temporanei e controllati, spesso legati a motivazioni umanitarie, culturali, educative. Bloccarli non ha un effetto dissuasivo sulla geopolitica. Serve solo a rendere la vita più difficile a chi è già intrappolato tra frontiere, assedi e sospetti.
Non è una novità che la politica estera americana, a fasi alterne, adotti criteri selettivi nell’accoglienza. Ma c’è una differenza tra cautela e chiusura. E c’è una differenza, ancora più sostanziale, tra sicurezza e arbitrio.
L’idea che un’intera categoria di esseri umani possa essere trattata come un problema da contenere – per procura, per cittadinanza, per provenienza – non è solo sbagliata. È pericolosa. Perché normalizza un principio: che la colpa possa essere presunta per appartenenza.
Ed è su questo punto che dovremmo fermarci a riflettere. Quando la burocrazia diventa strumento di esclusione sistemica, il problema non è solo “tecnico” o “diplomatico”. È profondamente etico. E, in fondo, anche profondamente umano.
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