Mentre la crisi in Palestina peggiora ogni giorno, cresce la sensazione di impotenza. I bombardamenti, la fame, l’assedio, le immagini dei bambini feriti: tutto sembra troppo grande, troppo lontano, troppo bloccato. Eppure, qualcosa possiamo ancora fare.
Esiste uno strumento legale e pacifico, previsto dalle Nazioni Unite, che permette all’Assemblea Generale di agire anche quando il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dai veti. Si chiama Uniting for Peace, ed è stato creato nel 1950 proprio per affrontare situazioni come questa.
Se almeno 7 Paesi membri dell’ONU lo richiedono, può essere convocata una sessione straordinaria per chiedere un cessate il fuoco, protezione per i civili, accesso umanitario, sospensione di relazioni militari e perfino sanzioni. Non è simbolico: è già successo in passato.
Oggi, questa risoluzione potrebbe essere l’unica via rimasta per fermare il massacro a Gaza. Ma il tempo stringe. E se i governi non si muovono, è anche perché manca la pressione pubblica.
Perché non è stata ancora attivata? Per tanti motivi, tutti reali. Interessi geopolitici, alleanze militari, paura di ritorsioni, censura nei media, disillusione, stanchezza. E anche perché in tanti, come noi, si sentono soli, scoraggiati, piccoli. Ma una voce in più può fare la differenza. Una voce in più può aprire una breccia nel silenzio.
Uniting for Peace non è una soluzione miracolosa. Ma è una possibilità concreta. E forse, l’ultima.
Non servono armi. Solo consapevolezza. Solo volontà. Solo voce.
La tua. Ora.