Gaza è oggi uno spazio svuotato, devastato, letteralmente cancellato. I pochi grattacieli ancora in piedi sono stati abbattuti nelle ultime ore, non da unità regolari dell’esercito israeliano, ma da una formazione poco nota e profondamente inquietante: la cosiddetta Forza Uria. Un nome che evoca il personaggio biblico Uriah l’Ittita, mandato a morire in battaglia per coprire un crimine di potere. Una metafora tragicamente calzante.

La Forza Uria è un gruppo semi-autonomo, composto da civili israeliani – in larga parte coloni estremisti provenienti dalla Cisgiordania – reclutati tramite appalti privati. Operano con bulldozer blindati e mezzi pesanti, ma senza sottostare alla catena di comando dell’IDF. Non indossano uniformi regolari, non rispondono a ufficiali militari, eppure agiscono nel cuore del conflitto, affiancando di fatto le operazioni israeliane nella Striscia. È un esercito parallelo, non dichiarato, che opera nella zona grigia tra guerra e impunità.

Secondo quanto riportato da fonti israeliane, tra cui il quotidiano Haaretz, ogni operatore di ruspa decide in autonomia quali edifici abbattere, quale area radere al suolo, in che modo procedere. Non c’è supervisione, non c’è protocollo. C’è solo distruzione sistematica. La giustificazione ufficiale sarebbe l’abbattimento di infrastrutture usate da Hamas o da altri gruppi armati. Ma la realtà, documentata anche da immagini e testimonianze, racconta di interi quartieri rasi al suolo senza alcun criterio riconoscibile, se non quello della punizione collettiva.

Ancora più grave è ciò che emerge dai racconti di soldati e da fonti internazionali indipendenti: i membri della Forza Uria avrebbero fatto uso di civili palestinesi come scudi umani. Uomini presi nelle aree di operazione, costretti a entrare nei tunnel prima delle macchine, utilizzati come carne da sacrificio per verificare la presenza di esplosivi o combattenti. È una violazione diretta del diritto internazionale umanitario. È un crimine di guerra.

L’esercito israeliano, ufficialmente, non rivendica la paternità della Forza Uria, ma non ne nega nemmeno l’esistenza. Anzi, la tollera. Alcuni ufficiali, dietro anonimato, ammettono che la carenza di bulldozer e mezzi del genio militare ha aperto la porta all’intervento di civili organizzati, esterni alla struttura ufficiale. Una scorciatoia operativa che ha trasformato Gaza in un laboratorio di violazioni.

La leadership del gruppo è attribuita a Bezalel Zini, fratello del capo designato dello Shin Bet, l’intelligence interna israeliana. Un legame che solleva interrogativi inquietanti: chi autorizza queste operazioni? Chi decide di delegare la distruzione a privati estremisti? Chi garantisce che queste azioni, spesso motivate da ideologia religiosa o vendetta politica, restino nei limiti della legalità internazionale?

Nel vuoto delle risposte ufficiali, resta la realtà dei fatti. Grattacieli ridotti a scheletri di cemento. Famiglie intere costrette a fuggire da quartieri trasformati in macerie. Civili usati come strumenti, come scudi, come esche. È una guerra combattuta anche sul piano simbolico: non solo per sconfiggere un nemico, ma per distruggere ogni possibilità di vita, di ritorno, di ricostruzione.

L’esistenza stessa della Forza Uria rappresenta uno scivolamento pericoloso verso forme di militarizzazione informale e impunità istituzionalizzata. Una guerra condotta non solo con armi, ma con ideologie, privatizzazioni della violenza, e disprezzo delle norme che dovrebbero proteggere i più vulnerabili.

Se confermati, questi fatti non possono restare senza conseguenze. L’uso di scudi umani, la demolizione indiscriminata di edifici civili, l’impiego di unità paramilitari fuori controllo non sono “effetti collaterali”. Sono crimini. E come tali devono essere documentati, denunciati e perseguiti.

La comunità internazionale ha il dovere di indagare. Non con dichiarazioni di circostanza, ma con meccanismi indipendenti, con osservatori sul campo, con inchieste formali. Perché la guerra non può essere una zona franca del diritto. E perché a Gaza, oggi, si sta giocando anche la credibilità del diritto umanitario internazionale.

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