Tra novembre 2023 e maggio 2024, almeno 23 voli militari sono partiti dalla base di Sigonella con destinazione Nevatim, nel deserto del Negev, una delle principali basi aeree israeliane. I velivoli coinvolti, cargo strategici come i C‑17A, non trasportano generi alimentari né aiuti umanitari. Trasportano equipaggiamenti militari. Armi, probabilmente. Certamente logistica bellica.

Nello stesso arco di tempo, 34 voli di ricognizione e sorveglianza sono stati effettuati da mezzi da guerra e intelligence partiti o transitati in basi italiane. Missioni che hanno tracciato rotte precise: il Mediterraneo orientale, le coste di Israele, Libano, e l’area della Striscia di Gaza. Alcuni aerei hanno monitorato dall’alto la regione nei giorni più intensi dei bombardamenti israeliani. Sorveglianza e raccolta dati. La base? Sempre Sigonella.

Non è un equivoco, né un effetto collaterale. L’Italia partecipa. Offre supporto operativo, infrastrutture, copertura. Fornisce una base strategica da cui decollano aerei da ricognizione e cargo destinati a una guerra che ha già fatto più di trentamila morti. La neutralità è una finzione utile a lavarsi le mani. Il coinvolgimento è nei fatti.

A gestire tutto questo, senza dichiararlo apertamente, c’è il Ministero della Difesa. La responsabilità politica è evidente. È improbabile che voli diretti in un teatro di guerra con equipaggiamento militare a bordo transitino da una base italiana senza autorizzazione o senza che ne sia informata la catena di comando. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non ha mai fornito chiarimenti pubblici nel merito. Quando il tema viene sollevato, la sua reazione è sempre la stessa: chiusura, irritazione, mai trasparenza. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun dibattito aperto.

Eppure, lo schema è più largo. Da anni, le strutture civili e militari dello Stato italiano si muovono in sincronia con l’industria bellica. Leonardo, ex Finmeccanica, è il perno di questa convergenza. Oltre a essere una potenza industriale, è anche un soggetto politico. Incide sulle scelte, definisce priorità, finanzia fondazioni che agiscono come canali diplomatici paralleli. In nome della “proiezione strategica”, si giustificano missioni, accordi, alleanze asimmetriche.

Il quadro è chiaro: non ci sono dilemmi morali, né zone grigie. L’Italia sostiene, nei fatti, l’azione militare israeliana, anche mentre questa viene denunciata da organismi internazionali per violazione del diritto umanitario. E lo fa nonostante l’opinione pubblica, nonostante il diritto, nonostante il Parlamento. I motivi? Strategici, dicono. In realtà, economici.

I conflitti veri non sono in Medio Oriente. Sono a casa nostra. Sono conflitti di interesse, tra la politica e il mercato delle armi. E in questi conflitti, l’Italia ha già scelto da che parte stare.

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