Scrivere di Gaza oggi è come scrivere controvento. Le immagini si sovrappongono, le notizie si accavallano, la violenza sembra diventata normale. Ma c’è un aspetto, forse il più crudele, che sfugge ai radar del dibattito pubblico: la fame come strumento di sterminio.

La mia non è un’analisi tecnica, né un commento da osservatore neutrale.
È un tentativo di nominare ciò che viene nascosto. Di raccontare nei limiti del possibile ciò che spesso si preferisce chiamare con parole neutre: “emergenza”, “crisi”, “problemi logistici”.

No. Qui si parla di un genocidio per sottrazione, di una guerra che non si combatte solo con bombe e carri armati, ma con container pieni di cibo lasciati fermi, con la fame distribuita con metodo, con la morte programmata in base all’età, alla debolezza, alla lentezza.

Questo testo nasce dall’ascolto attento di fonti umanitarie, di testimonianze, di rapporti che faticano ad arrivare alle orecchie del mondo. Lo pubblico perché credo che oggi tacere sia una forma di complicità.

E perché chi ha fame non può aspettare il tempo della diplomazia.

In una guerra a bassa temperatura, dove l’uccisione non è più spettacolare ma sistemica, il cibo diventa l’arma perfetta.
Non grida, non esplode, non lascia tracce evidenti.

Uccide piano, per selezione, per esaurimento.
Il cibo a Gaza non manca.
C’è.
È lì, stivato in container grandi quanto campi da calcio, parcheggiato in aree militari, visibile solo a chi non ha fame.
È la volontà di farlo arrivare a mancare, di bloccarlo, di usarlo come leva politica e dispositivo di sterminio a rendere questo crimine perfetto nella sua silenziosa efficienza.

Chi ha seguito con attenzione le notizie che filtrano a fatica attraverso il buio comunicativo imposto – giornalisti tenuti fuori, ONG ostacolate, fonti indipendenti ridotte al minimo – sa che il cibo è diventato una trappola a orologeria.
I centri di distribuzione sono pochi, tutti nel sud della Striscia, tutti in aree sotto stretto controllo militare.
Ogni consegna è un’esca.
Bambini, adolescenti, i più giovani e veloci, corrono verso i camion prima degli adulti, raccolgono quanto possono, poi una luce gialla: è il segnale.
Cinque minuti per sparire, o verranno colpiti.

Sparare sulla fame è una strategia. La fame stessa è un’operazione bellica.

E non è un effetto collaterale.
È una logica pianificata.

La denutrizione, nei rapporti tecnici, si misura in stadi.
Prima si perde massa muscolare. Poi energia. Poi lucidità. Il corpo inizia a divorare se stesso.

Nei bambini, questa sequenza si comprime in settimane.
La crescita si arresta, le difese immunitarie crollano, le infezioni colpiscono con ferocia. Si sviluppano edemi, convulsioni, insufficienze cardiache.
Nei reparti pediatrici degli ospedali assediati – quando ancora riescono a funzionare – i medici osservano piccoli corpi che smettono di rispondere, silenziosi, leggeri. Senza forze nemmeno per piangere.

Per le donne, soprattutto quelle in allattamento, i segnali sono devastanti: devono nutrire e non possono nutrirsi.
Il latte finisce. I neonati piangono finché possono.
Poi smettono anche loro.

In tanti muoiono senza nemmeno un nome, registrati in qualche nota marginale come “decessi per cause non traumatiche”.

Gli anziani, già colpiti da malattie croniche, non hanno accesso né a cure né a sostentamento adeguato.
Cadono a terra e non si rialzano più.
In condizioni normali, sarebbero curati.
In questo schema sono eliminati per abbandono.

I malati, oncologici, dializzati, diabetici, epilettici, entrano in una conta separata: quella dei “non gestibili”. Senza nutrizione adeguata, i farmaci non servono. La malattia accelera, il corpo cede.

Non è negligenza. È scelta logistica, è calcolo.

Non si tratta più solo di “non poter aiutare”.
È il non voler aiutare che diventa dispositivo bellico.
Il cibo viene dosato, bloccato, deviato, rilasciato con criteri di controllo securitario.

È l’ottimizzazione della fame come arma: rendere la nutrizione una zona di rischio, uno spazio di morte, una prova di sopravvivenza.

I palestinesi che cercano pane, riso, farina, si ritrovano in recinti improvvisati, in code senza fine, sotto la mira. Le carovane diventano obiettivi mobili.
E la fame non è più un vuoto, ma una presenza minacciosa e deliberata.

Si muore per fame a Gaza.
E si muore mentre si cerca il cibo.

Secondo testimonianze verificate, oltre mille persone sono state uccise nei tentativi di raggiungere viveri. Alcuni calpestati dalla folla. Altri falciati da proiettili.
Chi si avvicina troppo muore.
Nessun avviso.
Solo una linea invisibile, un confine morale già oltrepassato da tempo.

Niente è casuale.
È progettato per funzionare così.

Lo capisce chi conosce le dinamiche dei crimini internazionali, chi studia la fame non come incidente, ma come strategia.
Gli “addetti ai lavori” sanno che questa non è una crisi umanitaria: è un genocidio nutrizionale. Una forma di pulizia etnica a bassa intensità, chirurgica, poco visibile. Ma efficace.

Quanta ipocrisia, quanta cattiveria, quanto sadismo mascherato c’è nella comunità internazionale che usa ancora parole apparentemente neutre, anestetizzanti : “emergenza alimentare”, “crisi di accesso”, “problemi logistici”.

Il campo di battaglia non è solo quello dei missili, dei droni, dei proiettili.
Ce n’è uno meno visibile, meno rumoroso e più subdolo.
È quello dove la sottrazione diventa strumento, dove l’abbandono si fa arma, dove la fame è ingegnerizzata per colpire selettivamente i più fragili.
È quello in cui un sacco di farina è una scommessa sulla vita.

A Gaza il cibo c’è.
Ma non deve arrivare.
È bloccato.
È sequestrato.
È usato.
E chi muore per fame, non muore per caso. È un bersaglio.

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