La più grande minaccia alla sicurezza di palestinesi ed ebrei oggi non è l’uno contro l’altro, ma un governo guidato da Benjamin Netanyahu, che porta avanti una politica apertamente genocida, supportata da una rete internazionale che mira a garantire l’impunità. Questo apparato politico, ideologico e propagandistico confonde deliberatamente l’ebraismo — una religione millenaria — con le azioni violente e illegali dello Stato di Israele, nel tentativo di eludere ogni responsabilità morale, storica e giuridica. Condannare crimini di guerra, come l’uso della fame come arma, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, il massacro di migliaia di innocenti e il totale disprezzo del diritto internazionale, non è antisemitismo. È un atto di coscienza. Eppure, ogni voce che denuncia questi abusi viene spesso tacciata di antisemitismo, in un’operazione cinica che strumentalizza una delle forme più gravi d’odio storico per mettere a tacere la critica legittima. Non c’è nulla di più pericoloso di questa distorsione morale: serve solo a rafforzare un potere che opprime, mentre mette a rischio proprio quelle comunità che dice di voler difendere. Perché banalizzare l’antisemitismo, svuotarlo del suo significato storico e usarlo come arma retorica, non protegge gli ebrei. Li espone. La lotta del popolo palestinese non è un atto di odio, ma di resistenza. Le sue rivendicazioni — libertà, autodeterminazione, dignità, fine dell’occupazione e della colonizzazione — sono diritti riconosciuti e inalienabili. Lo slogan “dal fiume al mare” non è un appello alla cancellazione, ma un grido per un futuro libero da apartheid, muri, checkpoint e bombardamenti. La vera tragedia è la normalizzazione dell’idea che la negazione dei diritti fondamentali dei palestinesi possa mai costituire la base per la pace. È una menzogna pericolosa. La pace non può essere imposta con le bombe né costruita sulla negazione dell’altro. La pace nasce solo dalla giustizia. Il riconoscimento pieno e concreto dello Stato di Palestina non è una concessione. È il minimo che la comunità internazionale debba al popolo palestinese, dopo decenni di silenzio, complicità e soprusi. Non si tratta di schierarsi, ma di affermare un principio elementare: nessuna popolazione può essere privata, per sempre, del diritto di vivere libera. La verità è ormai chiara agli occhi del mondo. Solo chi ha interesse a perpetuare l’ingiustizia si ostina a non vederla.
Immagine in evidenza: Una donna palestinese che vive in Libano durante una manifestazione – AP Photo/Bilal Hussein